Latte e fragole
Di cibi che riportano all’infanzia ce ne sono molti, e penso sia scontato dire che vi siano delle varianti oltre a questi due, ma nelle mie chiacchiere da bar con amici (di spesso con dubbio gusto e morale) ci troviamo sempre d’accordo nel dire che questa coppia di cibi sia propria della nostalgia o dell’infanzia.
Perché proprio queste due pietanze? Perché questa accoppiata riporta alla luce un infanzia perduta? Per iniziare vorrei dire che il discorso è nato dopo la visione del “settimo sigillo” di Ingmar Bergman. Una scena in particolare ha colto la mia attenzione, poiché vi è quasi un momento di sospensione, di cui il protagonista si accorge, da questa costante ricerca metafisica di un senso, e della fuga dalla morte. Riportando le parole del cavaliere Antonius Blok:
“Lo ricorderò questo momento: il silenzio del crepuscolo, il profumo delle fragole, la ciotola del latte, i vostri volti su cui discende la sera, Michael che dorme sul carro, Jof e la sua lira... Cercherò di ricordarmi quello che abbiamo detto e porterò con me questo ricordo delicatamente come se fosse una coppa di latte appena munto che non si può versare. E sarà per me un conforto, qualcosa in cui credere.”
Il presente è già passato dopotutto, e il crociato lo riconosce, con quella che mi sentirei chiamare una “sana nostalgia del presente”. In questo caso il dolore è li? Direi di si vista la definizione di nostalgia stessa: Hoofer trova la parola Nostaglia dal origine greca nostos (ritorno in patria) e algos (dolore o tristezza). Il momento che sta avvenendo nel prato, è quasi una ripetizione della spensieratezza che Blok aveva prima di perdere la Fede, prima di questa goffa ricerca del senso? Non lo posso sapere con certezza, alla fine Antonius si fa rappresentazione del cavaliere maledetto, e idem i compagni di quest’ultimo. Anche le fragole e il latte si fanno evocatori del sentimento, senza il colore della pellicola che ci mostra il rossore tanto dolce e rassicurante delle fragole (poiché in bianco e nero), concentrandosi sul biancore puro del latte. Purezza che è esplicativa del momento sincero e della commozione del nostro spadaccino disperato, con cui riuscirà ad incamminarsi di nuovo nella sua ricerca, con l’eco di quel momento che si propaga allo scandire degli zoccoli dei cavalli dei suoi compagni. Lasciando da parte i vari romanticismi, il mondo ideato da Bergamn vuole essere mimesis di quella coscienza collettiva che abbiamo del periodo delle crociate, presentandosi come un momento oscuro ricolmo di peste caccia alle streghe e memento mori. Direi che i protagonisti sono consapevoli della loro caducità e del periodo nefasto che li circonda, tanto che prima di iniziare il discorso Antonius parla del dilagare della peste a Joff. In oltre vi è un particolare durante questa seduta, visto che la presenza della morte non abbandona il prode guerriero, mostrandosi come “gioco” ,cioè come una maschera teatrale appoggiata sopra a un palo che sovrasta i protagonisti, una rassegnazione meno minacciosa, velata ma anche accettata e resa quasi accompagnatrice del dialogo, visto che noi stessi un giorno saremo un ricordo di cui avere nostalgia.
Il montaggio del film suggerisce tutto questo, facendoti sentire la consapevolezza di tutto ciò, dalla fede vacillante di Blok al nichilismo del suo scudiero, dai campi larghi per includere anche la morte e dai discorsi con essa. Si potrebbe dire citando Mc Luhan che il medium è il messaggio, e in questo caso per le dinamiche interne, di narrazione e presentazione i nostri protagonisti non sono schiavi di una possibile “cinquantezza”, termine coniato da Fredrik Jameson per spiegare che ogni passato può diventare una possibile età dell’oro e perdere cognizione di quello che effettivamente era, ma ben si portatori di un momento unico che non sconfiggerà la morte, che non darà risposte, ma forse la renderà il tutto più dolce come una tazza di latte e una ciotola di fragole. La pellicola cavalca l’onda post bellica moderna, con quelle domande che caratterizzano quel momento, cioè il silenzio di Dio e la ricerca di un senso, diventando a sua volta mimesis di quel tempo che il regista ha vissuto. Le vicende rimangono coerenti con il messaggio, che non vi è una risposta alle domande del Nobile e quel silenzio divino vuole essere solo quello. La morte fa il suo lavoro e anche il crociato sa che non riuscirà a batterla, ma vuole vedere quanto riuscirà a resisterle per compiere le sue ricerche, le quali arriveranno al tentativo disperato di vedere il diavolo negli occhi di una giovane che sta per essere arsa viva, incolpata di essere una strega, poiché se vi è un demonio vi è anche un Dio (senza trovarne comunque traccia).
Questo silenzio porta al pensiero un altra opera, “Aspettando Godot” dove l’accoppiata tragicomica ideata da Samuel Beckett aspetta e aspetta e aspetta, tra un tentativo di suicidio e qualche incontro particolare. Le ricerche sono identiche, forse la cosa che più le contraddistingue, a parte il medium teatrale rispetto a quello cinematografico, è la nostalgia visto che in Bergman quest’ultimo funge effettivamente da oppiaceo per poter andare avanti nel percorso, mentre in Becket è contraddittoria vuota e frammentata, diventando un buco dove cadere e non un luogo dove ritrovare forza. Entrambe le narrazioni le trovo coerenti senza che una prevalga sull’altra, (certo Beckett è apocalittico nei modi mentre Bergman no anche se entrambi fanno vivere i personaggi in un luogo simile ma in epoche diverse) ma forse non vi deve neanche essere.
Posted Mar 3, 2026, 11:45 AM UTC