Tutto è oramai merce... Articolo del Maestro Franco Bertossa

Tutto è oramai merce

Un paio di giorni fa, mentre stavo scrivendo, ascoltavo su YouTube un magnifico mantra cantato da una delle voci tibetane più suggestive, quella del Khenpo Pema Choephel Rinpoche.

Vengo bruscamente tratto fuori dall'incanto da una voce pubblicitaria e resto disorientato non realizzando subito da dove uscisse.

Capisco improvvisamente che - incredibile - il canto era stato tagliato per inserirvi la pubblicità.

Provo uno dei più forti moti di disgusto della mia vita.

È come inserire la pubblicità nel mezzo di un gregoriano o di un Padre Nostro del Monte Athos.

E allora perche non alle messe e ai funerali, a questo punto?

Il fatto è che, nello scambio umano, tutto si è ridotto a due soli elementi:

  1. la tua attenzione
  2. il profitto da trarne

Basta la tua attenzione, non è necessario il tuo interesse; a suscitare quello, sulla base della tua attenzione, ci penseranno gli specialisti della comunicazione.

Quando l'interesse sarà vivo, ad esso verrà applicato un prezzo. Il primo costo è per chi compera la pubblicità. Più l'attenzione del pubblico sarà intrisa di interesse, più la pubblicità costerà. Il secondo prezzo è quello del destinatario della pubblicità: tu ed io - noi.

E questo andrebbe bene perché è necessario far conoscere il frutto del nostro lavoro.

Ma accade che oggi si allarghi tale meccanismo a tutto - assolutamente tutto, senza eccezioni.

Anche il dolore di un lutto a seguito di un massacro famigliare verrà ripreso e mandato in onda in un programma preceduto e intervallato da pubblicità.

Come nei film e come nei giornali in internet dove, per informarti di cose terrificanti e preoccupanti, devi prima guardarti quindici secondi di pubblicità.

Questo devasta, in primo luogo, l'educazione al sentire dei bambini. Un crimine.

Tutto è merce, disse Marx.

Tutto è "fondo" da utilizzare e sfruttare, disse Heidegger.

Ogni volta che assisto ad un passo ulteriore verso questo, avverto un disagio profondo.

Anche i sentimenti più intimi, anche il senso del mistero… se sono capaci di attrarre attenzione, allora sono anch'essi merce.

Questo è il compimento del nichilismo profetizzato da Nietzsche: alla domanda sul perché non farlo - perché non sfruttare anche le più profonde emozioni e i sentimenti - non si trova risposta universalmente persuasiva.

Eppure in molti sentiamo che qualcosa stride, no?

Ecco, dobbiamo trovare gli argomenti per ritornare ad avere rispetto di noi stessi.

Al di là del profitto.

Ma in nome di cosa?

Perché anche la nozione di "profitto" non è affatto banale; non si tratta solo di quello che ci resta in tasca al termine dei nostri commerci, ma del sentire cosa ci suscita il fatto di avere realizzato del profitto.

Esso sentire è momentaneamente capace di neutralizzare l'angoscia del mistero della gettatezza nell'essere.

Il profitto corrisponde innanzitutto ad una cruciale emozione di sollievo dalla più terribile angoscia.

Se non impareremo a neutralizzare l'angoscia esistenziale in altro modo che col profitto, avremo venduto l'anima ad un Belzebù più perduto di noi.

"Occorre attraversare il panico della solitudine cosmica per rinascere nella terra senza-angoscia"

Capisco che quest'ultima frase paia fuori contesto, ma alcuni capiranno e molti ne verranno ispirati e stimolati.

...... Franco Bertossa ......

Foto:

  1. Pubblicità Benetton con condannati a morte.
  2. Il Buddha Akshobya, "colui che non si scuote, il senza paura".

Posted Mar 14, 2026, 7:18 AM UTC

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