Come mai ci accade di sentire pietà ... Articolo del Maestro Franco Bertossa

Come mai ci accade di sentire pietà - oltre che per esseri umani - anche per un animale, per un insetto, per una pianta?

E come mai smettiamo di sentirla?

Alla prima domanda credo si possa rispondere solo attraverso il sentire di esistere in una condizione di gettatezza. Ci ritroviamo ad esserci - soli e senza senso ultimo.

In ciò siamo tutti innocenti e vulnerabili poiché nessuno può avere scelto di esistere.

Ci tocca, nostro buon o malgrado.

Ma lo sappiamo. E qualcuno che coltiva questa consapevolezza giunge ad aperture di salvezza in seno alla gettatezza stessa.

È la buddhità.

Ma l'Occidente non sa nulla di ciò.

Però è consapevole del miracoloso e tragico ritrovarsi ad esserci senza perché.

Sapendolo, anche lo sente, patisce e com-patisce.

La pietà e la compassione hanno radici esistenziali, ontologiche.

Perché dunque non siamo fedeli a questo sentire?

È la seconda domanda formulata all'inizio.

La mia risposta si riconduce al fatto che cadiamo nell'estrema e massimamente perniciosa convinzione di essere in grado di scegliere liberamente.

Diceva, infatti, Kant, che il "tu devi" morale non avrebbe nessun senso se non fosse accompagnato da un "tu puoi".

Crediamo di potere scegliere sia di agire che di astenerci.

Ciò è tragicamente falso, illusorio, dannoso, foriero di odio e di guerra.

Noi non possiamo mai nulla.

Il mondo si dà - sia esteriormente che interiormente a noi.

Anche noi siamo mondo che si dà.

Non siamo per nulla affatto padroni del darsi del mondo, poiché noi stessi siamo interamente dati come e nel mondo.

Accade però - e René Girard ci ha insegnato qualcosa a riguardo con il "capro espiatorio" - che noi si investa qualcuno di "colpa".

Ci convinciamo che poteva fare diversamente mentre ha scelto di fare il male per noi (tipo l'untore manzoniano).

Il nostro sentirlo colpevole rende l'altro alieno. Non lo sentiamo più in nessun modo nostro e accade che lo investiamo, spesso ed in prima istanza, di esser colpevole delle nostre sfortune.

Ma il mondo si dà - in quanto me, te e lui - e nessuno è colpevole di ciò.

Ogni pensiero che ci attraversa è del mondo.

Solo il sapere che è del mondo non è del mondo.

E neppure di un altrove.

È il pensiero da parte dell'essere circa l'essere.

È il pensiero del Buddha: prajna e karuna.

Sapienza ultima e compassione.

Calàti nel profondo del mistero impariamo a contemplarlo.

E a farcene intridere perché sorgendo proprio dalla infondatezza del nostro esserci si mostri e splenda il luminoso gioiello della compassione - fiore dell'essere.

Consapevolezza ultima e compassione hanno la stessa infondata radice.

Ma proprio perché nulla possiamo nel mondo, ecco che siamo liberi.

... Franco Bertossa ...

Posted Mar 14, 2026, 7:19 AM UTC

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